Menopausa come fenomeno culturale: oltre la medicina, oltre i sintomi

Il team di Pausetiv
Menopausa
31/1/2026
10 minuti

La menopausa viene ancora spesso raccontata come un fatto medico, una “fase” da gestire sul piano dei sintomi. Ma se guardiamo con attenzione i dati, la storia della medicina, il modo in cui questa transizione è stata nominata, taciuta, banalizzata o ridotta a cliché, diventa evidente che la menopausa è prima di tutto un fenomeno culturale e sociale, e che proprio la dimensione culturale determina, in modo molto concreto, quanta salute perdiamo o quanta salute guadagniamo in questa fase della vita.

Nel mondo, entro il 2030, oltre 1,2 miliardi di donne saranno in menopausa, una cifra citata in letteratura scientifica e ripresa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È un numero che rende impossibile trattare la menopausa come un tema di nicchia, riguarda metà della popolazione, e accompagna le donne per un tempo lungo, spesso per decenni. Eppure, la realtà resta spiazzante, una quota importante di donne non riceve supporto strutturato, e molte non intraprendono alcun percorso di gestione dei sintomi o di prevenzione dei rischi associati. Non perché “sia normale soffrire”, ma perché la cultura in cui viviamo ha costruito, intorno alla menopausa, un vuoto di informazione e un silenzio che continua a fare danni.

Questo “silenzio” è stato al centro anche dell’incontro tenuto a Milano il 28 gennaio, presso il Centro Culturale Cadore 33, organizzato dalla divulgatrice scientifica Michela Taccola rappresentando l’associazione Menopauseboost, con la partecipazione della filosofa Gloria Origgi, autrice del libro La donna è mobile.

In quell’occasione, una frase ha condensato perfettamente ciò che molti dati mostrano da anni, la menopausa non manca di rumore di fondo, manca di conversazione vera, manca di parole condivise, manca di una comunicazione che passi tra donne, tra generazioni, e anche tra pazienti e professionisti. È un blackout culturale che rende più difficile perfino riconoscere ciò che sta accadendo nel proprio corpo.

La menopausa, infatti, non è un punto su una linea, non è solo “l’ultimo ciclo” e poi tutto torna stabile. In medicina la menopausa viene definita retrospettivamente, dopo dodici mesi senza mestruazioni, ma l’esperienza reale è una trasformazione più lunga e più complessa. Origgi, riprendendo un termine antico e scientifico, ha insistito su una parola che vale la pena riportare nel dibattito pubblico, climaterio, una transizione che può durare anni, in cui cambiano livelli ormonali, metabolismo, sonno, termoregolazione, umore, memoria, attenzione, tono muscolare, sessualità, e molto altro. È la descrizione più corretta di ciò che molte donne vivono, un passaggio esteso, non un evento puntuale.

Questa transizione è associata a decine di sintomi, spesso descritti in modo riduttivo con l’etichetta “vampate”, quando in realtà la letteratura clinica e le società scientifiche riportano un insieme molto più ampio di manifestazioni, che includono disturbi vasomotori, insonnia, irritabilità, ansia, tristezza, nebbia cognitiva, tachicardia, dolori articolari, variazioni del peso e del metabolismo, secchezza e sintomi genito urinari, calo del desiderio, e una vulnerabilità aumentata a condizioni che incidono sulla qualità della vita. Il punto culturale è che molti di questi segnali vengono normalizzati, o frammentati, o attribuiti ad altro, stress, età, carattere, lavoro, “periodo difficile”, e così la donna resta senza una cornice interpretativa e senza un percorso di cura coerente.

Qui entra un secondo dato, che non riguarda le donne, riguarda il sistema. La menopausa è un tema su cui esiste ancora un gap formativo enorme. Studi recenti mostrano come la formazione specifica sulla menopausa sia insufficiente in una larga parte dei percorsi di specializzazione in ostetricia e ginecologia, con programmi che riportano poche lezioni annuali o assenza di un curriculum strutturato. In altre parole, molte donne chiedono aiuto, ma incontrano professionisti che non sempre hanno strumenti aggiornati e una visione integrata. E quando una transizione complessa viene letta con lenti sbagliate, si cade in due estremi ugualmente problematici, minimizzare, oppure medicalizzare in modo disordinato, trattando sintomi isolati senza affrontare la fisiologia complessiva.

Durante l’evento, Origgi ha raccontato la sua esperienza personale, vertigini e disordini vestibolari nel pieno della perimenopausa, interpretati come ipotesi allarmistiche o come banalità, senza che nessuno collegasse il sintomo alla transizione ormonale. Il valore di questo tipo di testimonianza non è aneddotico, mostra un punto strutturale, quando un fenomeno resta culturalmente “fuori scena”, anche la clinica fa più fatica a riconoscerlo.

Le conseguenze di questa sottovalutazione non si fermano al breve periodo. Il tema vero, spesso trascurato, è che la menopausa è anche una finestra di prevenzione e di rischio. Il calo estrogenico è associato a un aumento della vulnerabilità a malattie croniche. L’osteoporosi è l’esempio più noto, le donne rappresentano la maggioranza dei casi, circa l’80 percento dei casi di osteoporosi sono donne. Le malattie cardiovascolari restano la principale causa di morte femminile, e dopo la menopausa il rischio cresce in modo significativo, mentre la percezione del rischio resta spesso inferiore rispetto alla realtà. Anche sul fronte neurocognitivo, la sproporzione è impressionante, circa due terzi delle persone con Alzheimer sono donne.

A questo punto la domanda diventa inevitabile, perché un tema che riguarda metà della popolazione, e che ha effetti così rilevanti sul benessere individuale e sulla salute pubblica, è rimasto così poco sviluppato, così poco raccontato, così poco preparato?

La risposta chiama in causa strati culturali profondi. Per molto tempo, la menopausa è stata associata alla vecchiaia, come se la fine della fertilità coincidesse con la fine del valore sociale della donna. Origgi lo ha ricordato esplicitamente, anche figure fondamentali del pensiero femminista del Novecento hanno riprodotto una narrazione dura e riduttiva della donna in menopausa, trattata come “vecchia”, irritabile, fuori gioco. Oggi questa equivalenza non regge più. L’età media della menopausa si colloca intorno ai 51 anni, le donne studiano, lavorano, crescono figli, avviano progetti, cambiano carriera, e soprattutto, dopo la menopausa hanno spesso davanti a sé decenni di vita. Ridurre questo passaggio alla “fine” è culturalmente miope, e clinicamente pericoloso, perché alimenta il ritardo, l’isolamento, l’idea che non valga la pena investire in salute.

Un passaggio dell’incontro ha offerto un’immagine sorprendente e molto fertile dal punto di vista narrativo, l’orca è uno dei rarissimi animali che prosegue la vita per molti anni dopo la fine della fertilità. È una metafora che aiuta a spostare lo sguardo, la post fertilità non è automaticamente declino, può essere fase lunga, attiva, socialmente strutturata, con un ruolo e un senso.

Il cuore culturale, però, sta forse in un concetto che Origgi ha chiamato apertamente “esperienza trasformativa”. Non è solo un cambiamento biologico, è un cambiamento identitario. Molte donne descrivono la sensazione di non riconoscersi, non solo nel corpo, anche nel modo in cui pensano, sentono, reagiscono, si concentrano, si relazionano. In parte è fisiologia, in parte è sguardo sociale interiorizzato. Durante l’evento è emersa una verità scomoda, una porzione dell’identità viene costruita anche attraverso lo sguardo degli altri, e quando quello sguardo cambia, o si ritrae, o diventa invisibilizzante, molte donne vivono un “crollo” non per fragilità individuale, ma per una struttura culturale che ha legato il valore femminile alla desiderabilità, alla giovinezza, alla performance.

Qui entra un altro punto cruciale, che parla molto alla generazione di donne che oggi attraversa la perimenopausa, l’educazione alla performance costante. L’idea che “possiamo fare tutto”, che è stata indubbiamente una conquista, può però trasformarsi in una gabbia quando viene estremizzata, perché rende inaccettabile qualsiasi flessione, qualsiasi bisogno di cura, qualsiasi richiesta di supporto. Così, sintomi reali vengono nascosti sotto il tappeto di altre spiegazioni, stress, lavoro, vita piena, e la menopausa resta non nominata, quindi non riconosciuta e non gestita.

Eppure, proprio questa trasformazione può aprire uno spazio di libertà. La menopausa può diventare un momento in cui la donna ripensa il proprio posto nel mondo, cambia strada, investe in nuove forme di “fertilità”, creativa, intellettuale, relazionale, professionale. È un passaggio che può essere vissuto come perdita, certo, ma anche come guadagno di autorevolezza e di focus, e come occasione per ricalibrare priorità e salute. Questa non è retorica motivazionale, è un invito a uscire dalla narrazione del declino, per entrare in una narrazione della trasformazione, che è più vera, e anche più utile.

Se la menopausa è un tema culturale, allora la risposta non può essere solo clinica. Serve informazione basata su evidenze, serve formazione diffusa per i professionisti sanitari, serve ricerca, serve una rappresentazione pubblica meno caricaturale, e serve che le donne possano parlare tra loro senza vergogna, senza riduzioni, senza solitudine.

Come ha ricordato Michela Taccola, fondatrice di Menopauseboost, “finalmente la menopausa è uscita dal silenzio e dalla narrazione riduttiva. Ora la sfida è nelle nostre mani, trasformare il rumore in dialogo, e il dialogo in scelte consapevoli per la nostra salute e per la vita futura”. Un invito chiaro, che riassume bene il passaggio culturale che serve oggi, non accontentarsi di parlarne di più, ma parlare meglio, e usare quella conversazione per costruire consapevolezza, accesso alle cure, prevenzione e libertà di scelta per le donne che attraversano questo tempo di trasformazione.

Per chi desidera approfondire la dimensione culturale, oltre quella medica, vale la pena leggere La donna è mobile di Gloria Origgi, un libro che unisce storia della scienza, riflessione filosofica e sguardo sociale, e che aiuta a capire perché parlare di menopausa oggi non significhi solo parlare di ormoni, ma interrogarsi sul modo in cui la società costruisce, o nega, il valore delle donne nelle diverse fasi della loro vita.

Fonti e riferimenti

World Health Organization
https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/menopause

United Nations, World Population Prospects
https://population.un.org/wpp

International Menopause Society, Global Consensus Statements
https://www.imsociety.org

North American Menopause Society, Position Statements
https://www.menopause.org

Avis NE et al., Menopause, 2015
https://journals.lww.com/menopausejournal

British Menopause Society, Education and Training Reports
https://thebms.org.uk

Mosconi L, The Menopause Brain, 2021
https://www.hachettebookgroup.com

International Osteoporosis Foundation
https://www.osteoporosis.foundation

European Society of Cardiology, Women and Cardiovascular Disease
https://www.escardio.org

National Institutes of Health, Revitalization Act 1993
https://orwh.od.nih.gov

World Economic Forum, Women’s Health Gap
https://www.weforum.org

Harvard Business Review, Menopause and the Workplace
https://hbr.org